giovedì 30 aprile 2015

LE EMOZIONI "NEGATIVE" REPRESSE SONO COME UNA BOMBA ATOMICA

LE EMOZIONI "NEGATIVE" REPRESSE SONO COME UNA BOMBA ATOMICA


Un giorno mi trovavo a suonare il djembè in un parco vicino a casa. Accanto a me c'era seduta una donna con un uomo anziano. Ad un tratto la donna si rivolse verso di me e mi disse: "questo suono del tamburo, mi dà l'idea come se debba accadere qualcosa di brutto, mi piace ma allo stesso tempo è come se mi avvertisse di un pericolo e provo una strana sensazione di paura". 
Le dissi che le percussioni come i tamburi risvegliano e fanno emergere appunto emozioni profonde che spesso teniamo sepolte e represse. Quelle emozioni che ci piacciono di meno e che non vogliamo guardare in faccia.

Represse perchè il mondo che ci circonda le ha etichettate come qualcosa di sbagliato e che non deve essere manifestato. Ma proprio questo definirle sbagliate, ha fatto si che esse venissero rigettate nell'inconscio divenendo sempre piu' potenti e pericolose, pronte ad esplodere come una bomba atomica o come un vulcano che una volta raggiunta la saturazione di gas esplode od implode creando danni a sè stessi e/o agli altri. 
Difatti, molte persone si sentono infastidite dalle percussioni proprio per questo motivo, perchè esse tirano fuori dall'inconscio cio' di cui abbiamo paura o desideri repressi. Fatto sta che non infastidiscono tutti e non allo stesso modo. In alcune persone potrebbero far emergere la paura, l'ansia, l'aggressività. In altre la fermezza, la forza di volonta', la caparbietà e determinazione, in altre ancora risvegliare la sessualità. 

Ad ogni modo, le emozioni vanno liberate quelle definite negative liberate attraverso la musica in questo caso e trasformate lavorando su sè stessi cercando il suo complementare positivo. 
Il fastidio normalmente è un indice e sorge laddove esiste un blocco emotivo.
In sintesi, poiché la musica è emozione, gli esercizi di percussione sono in grado di creare un ponte tra il corpo e l’emozione stessa. Silvia

Tueme' - Tribal musichttp://divinetools-raja.blogspot.it/ La Via del Ritorno... a Casa

martedì 28 aprile 2015

Il metodo Feldenkrais: come migliorare il corpo e la mente attraverso il movimento

Metodo Feldenkrais

Il Metodo Feldenkrais, fondato a metà del Novecento dal dottor Moshe Feldenkrais, è un sistema di ri-educazione neuromuscolare che permette di migliorare le funzioni individuali dell’essere umano in ogni processo vitale: fisiologico, fisico, psicologico, emozionale.  

È il frutto di 40 anni di ricerche, studi, sperimentazioni e attività, durante i quali questo insigne scienziato, ampiamente in anticipo rispetto ai tempi, riuscì a individuare gli aspetti sensorimotori che sottostanno al funzionamento umano in termini di azione, esperienza, apprendimento. Dopo aver lavorato con migliaia di persone a metà del Novecento, iniziò a formare i primi insegnanti negli Anni 70, in Israele e negli Stati Uniti, diventando un pioniere della scienza del movimento e un innovatore negli approcci educativi e terapeutici. Oggi il Metodo è diffuso in tutto il mondo e applicato ai settori più diversi per facilitare le risorse innate dell’essere umano: nella rieducazione motoria e nella riabilitazione così come nelle performance artistiche (danzatori, musicisti, cantanti) e atletiche.
La sua efficacia è convalidata dalle ricerche della neuroscienza, che nell’ultimo decennio ha confermato la plasticità del cervello. Ben prima di questi dati, Moshe Feldenkrais ha basato il suo rivoluzionario metodo sull’innata capacità del sistema nervoso di apprendere illimitatamente e di poterlo fare attraverso specifiche strategie di movimento. Il Metodo permette di migliorare la postura, la flessibilità, la coordinazione, l’organizzazione scheletrico-muscolare e, di conseguenza, le capacità intellettive (attenzione, creatività, chiarezza di pensiero, concentrazione…). Imparando a muoversi nel modo più economico possibile, abbandonando abitudini malsane, si risparmia energia, ci si usura meno e ci si sente più leggeri, vitali, dinamici, con un potente effetto antietà e benefici sulla salute e sullo stato di benessere psicofisico.

Il movimento è vita, senza movimento non c’è vita

La vita è un processo e in quanto tale indissolubilmente legata la movimento  – nel respiro, nel pensiero, nel sentimento, nell’azione. Il movimento non è dunque un semplice atto fisico, ma una modalità di concepirsi, sentirsi, relazionarsi, muoversi nella vita e nel mondo. Per questo Feldenkrais sceglie il movimento come porta per accedere alla globalità dell’essere umano. Non una ginnastica, dunque, nemmeno una tecnica di rilassamento, bensì un “movimento intelligente” che ci permette di evolvere.
La vita è un processo e il processo è movimento. Senza movimento non c’è vita. (Moshe Feldenkrais)

Unicità e non convenzionalità del Metodo

Il sistema sviluppato da Moshe Feldenkrais ha un potenziale per comprendere la relazione tra corpo e mente quanto la teoria della relatività di Einstein ne ebbe per la fisica. (dottor Bernard Lake)
  • nessun modello: ognuno ha la propria personale organizzazione e la giusta postura è quella che ti permette di muoverti con facilità in relazione alla tua condizione,
  • nessuno sforzo: non ci si deve sforzare o affaticare, poiché il sistema nervoso impara attraverso sensazioni piacevoli e non attraverso il dolore, che fa scattare meccanismi di difesa che impediscono l’apprendimento,
  • nessun giudizio: non esistono i concetti di giusto o sbagliato, perché quando ti muovi senza sforzo e con facilità, godendo del piacere di muoverti, significa che hai trovato il modo giusto per te,
  • lento è meglio: rallentare i movimenti serve ad affinare la consapevolezza e la conoscenza di sé, osservando e ascoltando cosa accade mentre si compie un’azione. Fino a quando si agisce con la solita velocità, è impossibile capire cosa si sta realmente facendo e si continua ad agire secondo le abitudini e gli schemi acquisiti. Nel movimento piccolo e lento si apre invece lo spazio per la scoperta, l’esplorazione,  l’apprendimento e la consapevolezza,
  • no stretching : allo stiramento dei muscoli si sostituiscono allungamento e flessibilità, per mantenere l’elasticità e la tonicità nel tempo, senza bisogno di esercizi ripetitivi,
  • integrità: non c’è mai un lavoro isolato su una parte e anche quando la lezione ha un focus (occhi, mandibola, anche, bacino , respiro ecc.) è sempre coinvolta l’intera persona, perché siamo un sistema integrato e non parti separate
  • cambiamenti radicali e duraturi: poiché stimola le potenzialità del sistema nervoso, il processo di cambiamento è frutto di una trasformazione personale, concreta e profonda, autentica.
Feldenkrais non si limita a lavorare sui muscoli, ma opera delle trasformazioni sul cervello stesso (Karl Pribram, neurofisiologo)
http://www.movimentosano.com/metodo-feldenkrais/

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10 ottime ragioni per praticare il Movimento sano©



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 Il circolo virtuoso tra il corpo e il cervello

lunedì 27 aprile 2015

Femminismo: l'inganno più raffinato del capitalismo contro la donna

LA DONNA MASCOLINIZZATA, L'ULTIMA VENDETTA DELL'UOMO SULLA DONNA

LA DONNA MASCOLINIZZATA, L'ULTIMA VENDETTA DELL'UOMO SULLA DONNA
Dopo secoli di patriarcalismo, dopo secoli in cui la donna è stata segregata nel silenzio e priva di diritti, l'uomo industriale inventa l'ultima vendetta, la stoccata finale e mortale sulla donna: il femminismo (povere donne, pensano ancora che sono state loro ad inventare la liberazione femminile). Nel giusto tentativo di liberarsi dalla morsa maschilista, la donna chiede i suoi diritti, l'uguaglianza, il rispetto, l'emancipazione... l'uomo con finta riluttanza gliela concede, sapendo che lei invece di esigere dall'uomo il giusto comportamento copierà gli stessi sbagli dell'uomo, risultato: una donna maschilista, patriarcale, volgare (un uomo mancato come diceva Aristotele), il tutto ricoperto con l'onore della libertà.

La donna mascolinizzata è il prodotto più raffinato del capitalismo: è oggetto di consumo, rinunciando anche alla maternità promuovere la distruzione della famiglia e la vita dei single che spendono e consumano il doppio, la donna oggetto è la materia prima più preziosa per ogni commercio pubblicitario e materialista, la donna oggetto è un corpo senz'anima quindi una società che partorisce materia senza spiritualità (guerra coatta del potere politico contro la religione dispotica).

Il cuore del femminismo ha una causa umana e una ragione morale dietro la quale si nasconde il falso sangue che lo fa battere: l'egoismo patriarcale e la prepotenza capitalista.

Altre info:
Sopprimere l'Energia Femminile - https://www.youtube.com/watch?v=5lAFHeAH4ZI
"ILLUMINATI FEMALE",IL FEMMININO SACRO,LA MANIPOLAZIONE DELLA DONNA,L'ENERGIA FEMMINILE,GLI ILLUMINATI. Dossier.
GLI STREGONI TOLTECHI,LE ENERGIE SESSUALI,L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE.Dossier http://fuoridimatrix.blogspot.it/2012/11/gli-stregoni-toltechile-energie.html



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venerdì 24 aprile 2015

LE MALATTIE SONO DI TIPO TOSSICO E NON INFETTIVO

INTOSSICAZIONE ALIMENTARE E MALATTIE

Conferenza di Viterbo dell'11/04/2015(Valdo Vaccaro)

CONTAGIO E INFETTIVITÀ SONO TERMINI FUORI LUOGO NELLA HEALTH SCIENCE
Molte malattie non sono infettive, scrive Peter Duesberg, nel suo bestseller mondiale Aids: il virus inventato (Baldini & Castoldi in lingua italiana). Duesberg è uno scienziato trasparente e straordinario, nonché docente alla California University, ma rimane sempre un virologo, per cui gli concediamo un margine di tolleranza nell'addossare ai virus qualche sorta di responsabilità infettiva. Da ricercatore e filosofo igienista, da rappresentante della salute, parole come infettività e contagio non entrano nel mio vocabolario. Chi vuole approfondire troverà pane per i suoi denti nel mio blog. Basta digitare sul motore di ricerca parole come virus, batteri, vaccini, contagio, Aids e simili, per trovare tesine tipo "la farsa del contagio batterico virale", e tante altre.

LE MALATTIE SONO DI TIPO TOSSICO E NON INFETTIVO
Noi oggi sappiamo con certezza che la maggior parte delle malattie a catalogo è di tipo tossico e non infettivo. Eppure per tutto il XIX e il XX secolo appena trascorsi, molti microbi, in forza delle storture pasteuriane, sono stati incolpati di averle provocate. Nel 1840 Jakob Henle, docente all'Università di Göttingen, formulò pubblicamente l'ipotesi che le malattie infettive potevano essere conseguenza di qualche organismo invisibile che si trasmetteva da persona a persona. Ma, per provare che questo contagio provocava la malattia, si sarebbe dovuto isolare il microbo e farlo crescere al di fuori del corpo umano. Tre anni dopo, all'Università di Praga, un altro ricercatore di nome Edwin Klebs, sostenne che non solo il microbo andava coltivato fuori dal corpo, ma che avrebbe anche dovuto produrre lo stesso tipo di malattia, quando fosse stato iniettato in un altro organismo, umano o animale. A questo punto entrò in azione Robert Koch, che inventò un sistema per coltivare i batteri nel liquido lacrimale del bestiame macellato. Inoculando queste colture batteriche nei topi, anch'essi si ammalavano man mano che tali microrganismi invadevano il loro corpo. Koch fu il primo scienziato a soddisfare i Requisisti di Klebs.

LA STORIA DELLO SCORBUTO
La paura del contagio, precede le scoperte di Koch sui batteri. Verso la metà del XVI secolo, un secolo prima che Antony Van Leeuwemhoek scoprisse i microbi con il suo microscopio casalingo, lo scorbuto fu descritto correttamente dal dr Ronsseus, sostenitore dell'ipotesi alimentare come causa di malattia. Ma il suo contemporaneo Echthius osservò focolai di scorbuto fra i monaci di un singolo monastero tedesco, e dedusse che si trattava di malattia contagiosa.

UNA PAURA CHE AVVOLSE L'UMANITÀ PER SECOLI
Questa opinione e questo terrore prevalse molto a lungo. Sir Richard Hawkings, ammiraglio inglese, ebbe parecchi casi di scorbuto fra i suoi marinai durante un lungo viaggio del 1593. Raggiunta la costa del Brasile scoprì che mangiando arance e limoni, i suoi marinai guarivano. James Lind, medico di bordo inglese, si accorse pure lui dell'efficacia degli agrumi in funzione antiscorbutica, e lo espresse in un suo libro nel 1753. Ma le sue conclusioni furono energicamente respinte dalla classe medica inglese che aspettò altri quarant'anni prima di riconoscerne la validità. James Cook scoperse per conto suo, durante un viaggio del 1769, che verdure fresche e agrumi servivano a vincere lo scorbuto. 

OSSESSIONE PER LA CACCIA AL MICROBO
L'ossessione per la caccia al microbo distraeva gli scienziati dalle ricerche sulla vitamina C, e finì per favorire ulteriori epidemie di scorbuto. La sterilizzazione del latte mediante calore voluta da Pasteur, distruggeva quel po' di vitamina C che sta nel latte, per cui c'erano centinaia di nuovi casi di scorbuto tra i bambini piccoli. Nel comunicato del 1898 sullo scorbuto infantile, l'associazione dei pediatri emise un comunicato dove si concludeva che la causa di epidemia non era la bollitura del latte ma un avvelenamento da ptomaina, sostanza cadaverica, prodotta sempre dai batteri. I ricercatori semplicemente non riuscivano a staccarsi dalle teorie batteriologiche. L'influenza della batteriologia era così forte che molte malattie dovute a deficit nutritivi o endocrini, furono ritenute batterio-tossiemie fino al 1910. In mancanza di prove concrete di presenza di un microrganismo infettivo, venivano tirate in ballo immaginarie tossine elaborate da batteri sconosciuti.

LA SCOPERTA DEL BERI-BERI
Il primo a scoprire la causa del Beri-Beri fu Kanehiro Takaki, medico della Marina Giapponese. L'epidemia era assai diffusa tra i militari e nelle grandi città. Sperimentò diete sui marinai di diverse navi, riuscendo ad arginare l'epidemia del tutto nel 1885. Pubblicò nel 1887 le sue teorie sulla rivista inglese Lancet. Invece di essergli grata e di riconoscere che la causa del Beri-Beri stava in una cattiva nutrizione, la comunità scientifica mondiale reagì dileggiandolo!

L'ISOLAMENTO DELLA VITAMINA B1
Le segnalazioni di microbi presunti responsabili del Beri-Beri, continuavano fino al 1910 e oltre, con teorie infettive e spaventosi trattamenti a base di chinino, arsenico e stricnina. La questione Beri-Beri fu definita una volta per tutte solo con l'isolamento della vitamina B1 da parte di Robert Williams nel 1926. Il suo commento al vetriolo? A causa dell'opera di Pasteur e Koch, la batteriologia era arrivata ad essere la pietra d'angolo dell'istruzione medica. A tutti i giovani medici era stata talmente instillata l'idea che le malattie fossero causate da un'infezione, che veniva accettato come assiomatico il concetto per cui non poteva esserci un'altra causa! A questa fissazione dei medici per le infezioni, si deve la mancanza di attenzioni prestate al cibo come fattore causante del Beri-Beri.

LA PIAGA DELLA PELLAGRA, AIDS DI INIZIO SECOLO
In termini di persone colpite, la pellagra è stata la malattia da deficit vitaminico più devastante di tutte. Chiazze rossastre di pelle ruvida e desquamante, nonché manifestazioni neurologiche e demenza, dimagrimento e diarrea fino alla morte. Descritta per la prima volta nel XVIII secolo, assunse proporzioni epidemiche in Italia e nel Mediterraneo. Gli untori della pellagra non mancavano. Il tedesco Titius nel 1791 la definì infettiva. Il francese Jean Marie Hameau nel 1853 la definì trasmessa dalle pecore, e si continuò per decenni a trattarla con cure mortali come salassi, chinino e arsenico. Nel 1881 il medico italiano Majocchi, coadiuvato da Cassaroli e Ceni, isolò un batterio nel granoturco deteriorato e in diversi funghi. La caccia al microbo non si fermava. Tizzoni nel 1906 dichiarò con grande sicurezza che la pellagra era comunque una malattia batterica.

OSTRACISMO NEI RIGUARDI DEI PRESUNTI APPESTATI
Il terrore per la pellagra era tale che una diagnosi di questa malattia equivaleva a una condanna all'ostracismo. Bastava un banale eczema per gettare nel panico l'intera comunità. Le infermiere dell'ospedale di Atlanta entrarono in sciopero ad oltranza quando venne loro richiesto di occuparsi dei pellagrosi. La paura del contagio si diffuse nelle scuole e negli alberghi. Nel 1912 si creò la Commissione Thomson-McFadden per studiare la pellagra negli stati del sud. Mostrando un totale disinteresse per i legami tra dieta e malattia, la commissione accentrò gli interessi su acque sporche, batteri e funghi, e arrivò anche ad ipotizzare che la pellagra fosse stata introdotta in USA dagli immigrati italiani!

IPOTESI MICROBICA E IPOTESI TOSSICA
Tra l'ipotesi microbica e quella nutritiva, i medici propendevano sempre per la prima. Quando arrivò alla direzione del Public Health Institute Joseph Goldberger, nuovo medico militare dotato di scienza e di coraggio, riuscì a dimostrare che la pellagra guariva cambiando dieta in orfanotrofi, ospedali e prigioni. I microbiologi reagirono allarmati e indispettiti. Goldberger, sua moglie e 14 stretti collaboratori, arrivarono ad iniettarsi il sangue di diversi pellagrosi e nessuno contrasse la pellagra. Ma intanto la malattia provocava sempre più vittime. La niacina B3, vitamina carente nei pellagrosi, venne poi isolata negli anni '30. A quel punto l'era della caccia ai batteri volse rapidamente al termine. Oggi però la caccia al microbo sta vivendo un nuovo periodo di fortuna sulla scia della ricerca virale che domina la tecnologia biomedica.

SCELTE MEDICHE ABERRANTI IN FATTO DI ALIMENTAZIONE
Diciamo pure che la medicina ha una lunga storia di sottovalutazione nei riguardi del cibo e dei suoi microelementi. Non sorprende pertanto che, a tutt'oggi, la medicina convenzionale nelle sue cure attribuisca scarsa considerazione e ridicola importanza al fattore alimentare. Quando poi si veste un po' di nutrizionismo, essa privilegia scelte sistematicamente aberranti, raccomandando e prescrivendo diete alto-proteiche e difendendo a spada tratta proteine animali, integratori, farmaci, vaccini, assunzioni massicce di acqua e altre cose del genere..

giovedì 23 aprile 2015

Malattia infettiva: un concetto medievale

"Malattia infettiva" e "untore": concetti medievali da lasciarci alle spalle

Scritto da : Mauro Sartorio mercoledì 29 gennaio 2014
Da dove vengono le nostre credenze sulle malattie infettive?
Su quali basi si fondano le teorie che indicano i micro organismi quali batteri e virus le cause delle patologie?
E cosa sono effettivamente i virus e qual' è la loro funzione?
In questo video un piccolo ripasso di storia della biologia, per rivedere i nostri pregiudizi sui microbi e riconsiderare il loro ruolo nei processi fisiologici alla luce della quarta legge biologica.

"Scopo di questo lavoro è quello di offrire una visione di insieme che consenta di comprendere su quali basi si fonda la moderna microbiologia ( studio dei microrganismi) e di aggiungere a queste conoscenze alcune informazioni, di più recente scoperta e di scarsa divulgazione, che consentano di ampliare la visione del ruolo che questi esseri microscopici hanno all'interno del corpo.

Siamo abituati ad associare i microrganismi alle malattie (dette infettive) poiché la nostra cultura ha integrato e sviluppato alcune ipotesi, formulate verso la fine del 1800, che sono diventate le fondamenta del nostro modo di pensare ai microbi e della nostra medicina moderna.

Quello che normalmente non sappiamo invece è che i microrganismi (batteri, funghi, cianobatteri, alghe, protozoi) formano la trama di base della vita sulla Terra, avendo assunto nel primo miliardo di anni di evoluzione un ruolo determinante nel creare le condizioni ambientali adatte allo sviluppo della vita; hanno instaurato relazioni simbiotiche con le cellule favorendo lo sviluppo di organismi complessi nel corso dell'evoluzione e tutt'oggi vivono in stretta relazione con l'organismo (animale, animale-umano, vegetale) assolvendo importantissime funzioni fisiologiche (dalla digestione, alla demolizione e ricostruzione di tessuti organici).

Per quanto riguarda i virus tanto rimane ancora da chiarire sulla loro effettiva esistenza e, se fosse confermata, sulla loro funzione biologica.

Il riconoscimento della simbiosi come forza evolutiva profonda e delle inter-relazioni tra emozione, attivazioni cerebrali e processi organici in ottica evolutiva consente di avere una visione d'insieme più ampia, in linea con la bio-logica (logica della vita), della funzione che i microrganismi hanno all'interno del corpo."


Dott.ssa Valentina Mauriello

(Associazione Salute Attiva Onlus)

Per ulteriori approfondimenti visita
 
http://www.saluteattivaonlus.it
I microrganismi: tra vecchie teorie e recenti acquisizioni - Ass. Salute Attiva Onlus - 16/06/2013

martedì 21 aprile 2015

Scrivere, anche sui blog, fa molto bene alla salute

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SCRIVERE FA BENE ALLA SALUTE: MIGLIORA L’UMORE, RIDUCE LO STRESS, GUARISCE LE FERITE EMOTIVE E FISICHE (Emotional and physical health benefits of expressive writing)

La scrittura ha molti vantaggi che vanno ben oltre il semplice arricchimento del nostro vocabolario.
Non importa quale sia la qualità della prosa, è l’atto stesso dell’impugnare in mano una penna a portare benefici sia per la salute fisica sia per quella mentale.
  • L’umore,
  • i livelli di stress,
  • i sintomi depressivi
sono solo alcuni degli aspetti a risentirne positivamente.
In uno studio del 2005 sui benefici per la salute emotiva e fisica della scrittura espressiva, i ricercatori hanno scoperto che buttare già qualche riga dalle tre alle 5 volte nel corso dei 4 mesi di ricerca, spendendo ogni volta dai 15 ai 20 minuti, aveva fatto la differenza nel migliorare la vita delle persone analizzate.
Scrivendo su eventi
  • traumatici,
  • stressanti o
  • emotivi,
i partecipanti avevano significativamente più probabilità di avere un minor numero di malattie e di essere meno colpiti da traumi.
I partecipanti alla fine, infatti,
  • avevano passato molto meno tempo in ospedale,
  • avevano avuto una pressione sanguigna più bassa e
  • avevano una funzionalità epatica migliore
rispetto ai loro omologhi che non si erano dedicati alla pratica della scrittura.

Si scopre, addirittura, che la scrittura può fare in modo che le ferite fisiche guariscano più velocemente.

Nel 2013, i ricercatori neozelandesi hanno monitorato il recupero delle ferite da biopsie medicalmente necessarie su 49 adulti sani.
Gli adulti hanno scritto i loro pensieri e sentimenti per soli 20 minuti, tre giorni di fila, due settimane prima della biopsia. Undici giorni dopo, il 76% dei pazienti monitorati che si era esercitato nella scrittura era completamente guarito. Il 58% non aveva recuperato.
Lo studio ha concluso che scrivere di eventi dolorosi ha aiutato i partecipanti a dare un senso degli eventi e a ridurre angoscia.

Anche coloro che soffrono di malattie specifiche possono migliorare la loro salute attraverso la scrittura.

Gli studi hanno dimostrato che le persone con asma che scrivono hanno meno attacchi rispetto a quelli che non lo fanno.
Lo stesso vale per i malati di AIDS e per i malati di cancro che si aprono, scrivendo, a prospettive più ottimistiche e possono verificare un effettivo miglioramento della qualità della vita.

“Quando le persone hanno la possibilità di scrivere di sconvolgimenti emotivi, spesso sperimentano un miglioramento della salute,” ha detto James W. Pennebaker che ha condotto la ricerca sulla scrittura presso l’Università del Texas a Austin Pennebaker. “Si ammalano di meno e hanno dei cambiamenti nel loro sistema immunitario”.

 

Come mai?

Pennebaker ritiene che l’atto della scrittura espressiva permetta alle persone di fare un passo indietro e valutare la loro vita. Invece di essere morbosamente ossessionati dell’evento, possono concentrarsi per superarlo.
In questo modo, i livelli di stress si abbassano e la salute corrispondentemente migliora.
Non dovete essere un romanziere o riflettere costantemente su momenti più traumatici della vostra vita per ottenere questi grandi benefici.
Anche tenere un blog o scrivere articoli è sufficiente per vedere i risultati.
Uno studio ha trovato che scrivere dei post potrebbe innescare il rilascio di dopamina e produrre lo stesso effetto benefico della corsa o dell’ascoltare musica.
FONTE: Huffingtonpost

lunedì 20 aprile 2015

Scacco matto alla dualità: non esiste è indotta!

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 La visione olistica della Vita e l’Uno

Olistico è un termine che oggi, nonostante se ne parli molto, viene confuso, mal-interpretato nonché manipolato, spesso per ottenere fini diversi dal comprenderne il suo significato.
Holos, dal greco significa il tutto, l’insieme, e questo traduce ai nostri tempi una visione olistica della Vita che per essere tale, deve completarsi attraverso il ricomponimento di ogni frammento di se stessi, seppur costretta a passare attraverso il centro della sofferenza più atroce.
Soltanto un lavoro su di se, in solitudine e senza forzatura ed influenza alcuna, permette attraverso un accurato discernimento, la possibilità di ricomporre quell’insieme … Inevitabilmente passa attraverso l’illusione, facilmente manovrabile , “grazie” al sistema percettivo che l’essere umano all’interno della macchina biologica ha inseriti come modalità di ricezione : i 5 sensi.

La possibilità che ci viene data tuttavia, è comprendere a cosa corrisponda quel sesto senso, diffuso come termine attraverso le tante possibilità di interpretazione,e che offre comunque l’occasione di scoprirlo da se … con l’unica “clausola” di farne esperienza personale come qualunque altra cosa.
E’ il Potere di ogni creatura Divina, meglio definita come Essere di Luce.
“Olisticamente” parlando avrà trasceso ogni altra definizione che si allontani da questa, nella sua totalità, usando l’unico linguaggio possibile ed impenetrabile da ogni entità esterna, che grazie all’intuito ripulito dalle millenarie “incrostazioni” (in questo consiste il grande lavoro su di se) potrà esercitare LIBERAMENTE : il linguaggio telepatico.
Esso è reale, ma passa attraverso un processo che nella confusione della visione olografica proiettata dalle  numerose “divinità illuminate” … presenti in ogni dove, impedisce l’immediato riconoscimento del vero dal falso, del buio e della luce, della notte e del giorno … e che normalmente viene definita dualità.
Essa esiste fintantoché non si smantella completamente, passando attraverso l’identificazione del falso bene, falso profeta, falso guru e falso benefattore, ma che ai nostri giorni, nonostante sia mascherato anche quando carnevale è finito… si può finalmente dire, non abbia ancora lunga vita essendo in alcuni casi facilmente riconoscibile.

L’esercito è già pronto a contrastare ogni forma di sottomissione a questa ignobile schiavitù a cui ogni essere umano è ancora sottoposto in questo pianeta, sotto ogni punto di vista.
Si sta ricomponendo, riconoscendo, unendo e va da se che seppur di guerra si tratti, in realtà siano condotti ed assistiti dall’unico vero Amore: quello Incondizionato.
E’ riconoscibile perché spinto ad agire per un unico obiettivo che corrisponde al bene comune, pervaso dalla compassione di chi ancora è lontano perché inconsapevole, avvolto ancora nel “letargo” al quale è stato sottoposto.

Per molti è ancora incomprensibile, ma grazie al Cielo, è proprio il caso di dirlo, saranno facilitati dalle tante anime che si stanno incontrando, quasi sempre attratte  dal ricordo ancestrale della loro provenienza, e che hanno scelto di incarnarsi nel sistema della “bestia” per ucciderla.
La  Fonte di Luce e Amore dalla quale provengono permette loro un “naturale” riconoscimento e potranno definirsi pertanto anime gemelle, proprio perché sono tali.

Sono ritornate alla loro integrità, alla loro essenza di maschile e femminile in perfetto equilibrio tra loro, nella Coscienza Intelligente della quale fanno parte, ed avranno trasceso ogni aspetto di separazione.
Loro sono UNO non due !
E dimostrarlo sarà la loro Mission !…
Scacco matto dunque alla dualità : non esiste è indotta!
Alessandra Spinozzi
Operatrice Olistica …

Rabbia, pensate che serva?


Rabbia, pensate che serva?
Nel percorso individuale di crescita  di ognuno, ci si  trova a fare i conti con una molteplicità di emozioni e reazioni. Comprendere qual è la loro funzione e affrontarle nel modo giusto è parte di un percorso che porta, se non verso la felicità, almeno alla saggezza ed alla serenità.

Una delle emozioni più forti e difficili da controllare è la rabbia. Basta un nonnulla per scatenarla... la convinzione di aver ricevuto un torto, d'essere stato offeso, tradito o deluso... e col tempo magari scopri che si trattava di eventi futili, davvero di scarsa importanza se non addirittura inesistenti... come quando qualcuno inavvertitamente ti fa cadere qualcosa di mano, o quando c'è chi  si infila nel parcheggio che avevi adocchiato un attimo prima , oppure quando si interpretano male  dei fatti o delle frasi.
Eppure in quei momenti l'irritazione, la rabbia, sono sentimenti capaci di annebbiare la mente, non farti ragionare nel modo corretto.
In quel momento non esiste niente di buono, nulla al mondo che possa essere anteposto all'offesa ricevuta ed a cui si deve dar seguito ad ogni costo ed anche in seguito si continua a rimuginare sull'accaduto, ingigantendo gli aspetti negativi dell'episodio, ottenendo l'unico risultato di peggiorare il proprio umore.
Serve quindi la rabbia?
 
Lasciarsi prendere da questo sentimento,  priva di una visione lucida delle cose, fa vedere le cose più grosse di quello che sono e imprigiona in una spirale negativa da cui si fatica ad uscire.
Diciamo che farsi prendere dalla rabbia è come ammettere la propria debolezza.
Chi è forte non ha bisogno di arrabbiarsi, Semplicemente valuta le situazioni, guarda i fatti con serenità e,  se è in grado,  si impegna a fondo per cambiarli... se non può farci nulla accetta la situazione assumendosi la responsabilità della decisione
.

Abbandonarsi a sentimenti di rabbia o irritazione ottiene solo due risultati....
1) Ingigantisce l'accaduto con l'aumento della sensazione di torto nella mente, rovina l'umore e attacca il nostro sistema immunitario.
2) manda messaggi al nostro inconscio che siamo vittime di una situazione, e continua a prosciugare la nostra energia vitale.

L'inutilità della rabbia sta quindi  nel fatto che ci impedisce di vedere con lucidità le cose e di affrontare serenamente le situazioni e risolverle senza influire negativamente sul nostro umore.
Io non sono facile alla rabbia, ma non per qualche merito, sono di natura non aggressiva... tranquilla e mansueta (anche troppo). Questo non vuol dire che non mi arrabbio mai, ma quando mi capita ho sempre delle buone motivazioni... e comunque  non resto arrabbiata a lungo.
E a voi? capita che vi lasciate prendere la mano?

(A volte mi trovo in contraddizione con me stessa... fatto salvo i discorsi sopra, che riconfermo nei confronti dei rapporti interpersonali,  mi capita di rimproverarmi, in determinate condizioni (essenzialmente nel sociale), di non coltivare abbastanza rabbia... quando ad esempio vorrei scendere in piazza e spaccare tutto ed invece .... son capace quasi di fare "il pompiere" con chi la manifesta tutta) 

domenica 19 aprile 2015

Produrre senso: un atto pedagogico

Produrre senso: un atto pedagogico

Alain Goussot* - Una delle cose che emerge poco nella scuola attuale, ma direi nella società di oggi in generale, è il senso esistenziale delle cose. Sembra che, tranne l’utilitarismo pragmatico dell’economia dominante e l’empirismo più immediato, il senso riflessivo, umano, esistenziale dell’agire sia scomparso. Il mondo nel quale viviamo è quello dei mezzi, delle tecniche (leggi anche Il tempo della tecnica) e, quindi, delle performance; le finalità, il perché delle cose, il senso umano e storico sembrano non appartenere alla cosiddetta “postmodernità” nella quale stiamo annegando.

A scuola e in una classe succede la stessa cosa; qual è il senso delle cose che fanno gli insegnanti con i loro studenti. Attribuiscono un senso umano e esistenziale a quello che fanno? I loro studenti trovano un senso profondo nei loro vissuti in quello che fanno a scuola e in classe con gli insegnanti?
Lev Tolstoj parlava di “senso della vita” e considerava l’educazione come un processo di sviluppo della coscienza della persona umana; pensava che la lettura dei testi dei grandi pensatori come l’ascolto della saggezza del vecchio contadino fossero delle grandi lezioni di vita. Grandi pensatori e saggezza contadina pongono le domande essenziali di ogni esistenza umana.

Insomma dall’esperienza educativa e scolastica l’insegnante e l’alunno dovrebbero porsi queste domande:
“Che cose io sono?
E cos’è il genere umano?
Che cosa sto facendo?
Che cosa sta realizzando il genere umano?
Io voglio sapere che cose ho fatto di me stesso nella mia vita, a prescindere alla mia condizione: voglio sapere che cosa fa l’umanità della propria esistenza?”.


Sono le domande che secondo Heinrich Pestalozzi ogni insegnante ed alunni dovrebbero porsi in seguito ad una esperienza educativa autentica. Nelle nostre scuole succede questo?

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio complementaristico e interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone, 2014)
http://alfredodecclesia.blogspot.it/2015/04/produrre-senso-un-atto-pedagogico.html

sabato 18 aprile 2015

Dipendenza da social network

Ma con chi si connettono? La dipendenza da social network

by Antonio Dessì
Nell’ambito delle dipendenze, sempre più attenzione, a partire dagli anni 90, è stata data alle dipendenze da internet. Con l’andare del tempo la vita virtuale si è proposta per tante persone come estensione e “spazio di vita“, sottraendo sempre più elementi emotivi e relazionali alla vita reale. Parliamo di dipendenze da internet, una forma di dipendenza “senza droga, che ha destato molta attenzione e tante riflessioni nella comunità scientifica internazionale.
In particolare la persona che soffre di una dipendenza da internet, molto spesso con scarso insight (consapevolezza) e con l’illusione di poter controllare  e smettere il comportamento quando vuole (un po’ come per tutte le altre dipendenze “Posso smettere di fumare quando voglio“, “Da domani non mi faccio più” …) presenta alcune caratteristiche generali, anche se non necessariamente tutte le persone che ne soffrono presentano tutti i criteri. Inoltre non necessariamente tutte le persone che presentano caratteristiche tipiche delle dipendenze da internet riconoscono di avere un problema, proprio per il fatto che l’invasione delle tecnologie ha reso più socialmente accettabile tale comportamento.  Il problema non è tanto sulla quantità, ma l’effetto e la motivazione (a volte anche inconsapevole) che spinge la persona  a drogarsi di “like” o attività su internet.
Nelle dipendenze da internet tendenzialmente si vive con preoccupazione o comunque con attivazione (pensieri, emozioni …) il dominio legato a tutte quelle che possono essere le manifestazioni del web prescelte(chat, se il soggetto utilizza questo strumento, facebook, twitter, Instagram, E-bay, giochi on-line…). In particolare la preoccupazione spesso è legata all’essere a conoscenza di tutto ciò che è successo e di non essersi persi niente. E’ un po’, in tanti casi, la trasposizione sul web di un sentimento di inadeguatezza e di esclusione. Questa predisposizione comporta lo sviluppo di un elemento essenziale nella psicologia delle dipendenze, ovvero la tolleranza, che nel caso delle dipendenze da internet si sviluppa con un aumento del tempo dedicato al web.

Il soggetto ha la tendenza a controllare di continuo l’attività web prescelta, con accessi continui sul proprio profilo. L’aspetto più interessante è legato al fatto che tale attività spesso porta ad una graduale chiusura in sé stessi ed una messa in secondo piano delle relazioni sociali. E’ spesso nelle relazioni di coppia che questo tema emerge come tema di conflitto, dove il /la partner vede costantemente il partner dipendente concentrato/a sulle attività sul web, disinvestendo così dalla relazione reale. Nella mente del dipendente possono esserci dei momenti in cui pensa di poter ridurre la sua attività sul web, e il fallimento rinforza il sentimento di inefficacia. In alcuni casi, anche se i social network sono sempre più socialmente accettati e parliamo più di chat a contenuto erotico, giochi d’azzardo ecc… il soggetto può tentare di nascondersi agli altri rispetto alla sua attività. I continui accessi al web possono comportare difficoltà sul lavoro o nello studio, sia per quanto concerne i tempi utilizzati, sia per l’impatto emotivo (pensiamo ai social network) possono avere.

LA SINDROME DEL LIKE. Facebook e altri Social network non sono necessariamente dei mostri da evitare, ma anzi, possono rappresentare un utile strumento di comunicazione. Come tutti sappiamo, molto spesso questi social network sono caratterizzati per tante persone dall’accumulo di amicizie virtuali, a volte che si dimentica pure di avere in lista. Diventa una vetrina dove sbirciare, dove flirtare, dove mangiare il tempo … uno spazio che lentamente si rende disponibile per essere utilizzato, e nei casi di Internet Addiction, nel consentire ad una persona di esprimere un proprio disagio emotivo attraverso una dipendenza.
La sindrome del Like è piuttosto interessante. Uno studio dell’Università del North Carolina mette in evidenza come il sistema dei Like in realtà rappresenti da un punto di vista neurobiologico una montagna di scariche di dopamina, un neurotrasmettitore che tra tutte le sue funzioni è coinvolto nelle dipendenze e nei sistemi di gratificazione. Alcune persone sono particolarmente sensibili al mondo del social network, per svariati motivi, e i social si impossessano di loro attraverso il loro funzionamento. Postare commenti, foto, ed attendere con trepidazione i “like”. Si, molte volte “Like” da persone che nemmeno si conoscono, ma che fanno scattare la persona ad ogni trillo sullo smartphone. A volte tutto questo si traduce in una fonte di gioia, a volte in una fonte di frustrazione se non se ne sono ricevuti abbastanza (sulla base del criterio che la persona stabilisce).
Estasi digitale, tanto che le ricerche parlano di circa 21 milioni di utenti in Italia, che si aggiudica la prima posizione nell’utilizzo dei social network.

Ma con chi si è connessi?Sicuramente con persone che si conoscono personalmente ma anche con tante che non si conoscono e sono li a riempire liste. Perché diventa così importante collezionare friends? Probabilmente facebook non nasce con questo proposito, ma sono le persone che ne hanno fatto questo utilizzo. Facebook, Twitter, Instagram (per citare i più conosciuti), diventano per alcune persone “le persone” da salutare la mattina quando si beve il caffé, “le persone” che accompagnano la giornata, “le persone” che stanno vicine sino a quando non si spegne la luce per dormire.  Molte volte trascurando le persone reali, e così, le persone che ne sono dipendenti e che si lasciano intrappolare da questo sistema aumentano progressivamente il tempo in rete tanto da compromettere la propria vita reale; se non possono connettersi soffrono, diventano irritabili fino a stati di agitazione o depressione.
Ci sono anche io“, così sembrano dire le storie di tanti dipendenti da social network. Così, vicino agli amici in carne ed ossa, durante un pranzo di famiglia, durante il lavoro, con il/la propria/o partner si sacrificano momenti di contatto reale. Si è più abituati a guardare il riflesso degli schermi degli smartphone e quegli odiosi like, montagne di click a volte messi a caso o con superficialità, che guardare negli occhi una persona reale o affettivamente importante. Probabilmente poco importa una chiacchierata con il vicino di ombrellone al mondo di Instagram, ma quello che emerge è che diventa importante che in quella spiaggia ci sia una buona connessione ad internet. Così se manca per una giornata, il dipendente da social si trova a dover fronteggiare stati di nervosismo e frustrazione. Un vissuto di esclusione rispetto ad un mondo che in quel momento ha smesso di esserci.
Molti potrebbero rispondere: si, ma è un modo anche per socializzare.
Ma forse, così come dicono alcuni studi, l’area su cui fa leva il social network e la like-addiction sta proprio nella lettura della scarica di dopamina da un punto di vista neurobiologico e sistemi di gratificazione da un punto di vista più psicologico. Un “mi piace” equivale, biochimicamente parlando, a ingurgitare cibi che adoriamo, a fare sesso e, purtroppo, a assumere sostanze psicotrope.
Uno studio svedese mette in evidenza come per gli utilizzatori dei social network il 77% legge gli aggiornamenti di status,  il 69% mostra incoraggiamento e il 66% far sapere agli altri che si ha un interesse per loro.
Il comportamento di controllare costantemente le notifiche e il desiderio di like a post o foto sia il modo principale per verificare la percezione che gli altri hanno della persona. Così viene descritto nello studio. Anche da un punto di vista motivazionale, spesso si innesca un meccanismo di competizione. Piacere di più rispetto ad altri, a tutta questa schiera di “amici” che a volte di sfuggita mettono un “like”, contribuiscono alla creazione di un’identità online. Nel mondo virtuale poco importa se uno è timido o egocentrico, se affettivamente funziona o se è algido. Il social diventa un palcoscenico dove mettersi in gioco. Poco cambia dalla realtà, ma forse guardare uno schermo di uno smartphone è più semplice che guardare gli occhi di una persona. E così, commentare, scherzare, notificare diviene sempre più semplice.
Così il social diventa spesso un nido su cui stare, lontani da una vita reale a volte frustrante, a volte che non si sa gestire. Le possibilità sono tante sulla base del senso e il significato che ogni persona, che soffre di dipendenza da internet, ha.

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