mercoledì 28 settembre 2016

Logosintesi: ovvero come aiutarsi con le parole

Logosintesi: ovvero come aiutarsi con le parole
... La coscienza si può cristallizzare nel passato, nella rappresentazione interna di episodi non gestibili altrimenti …
La coscienza si può cristallizzare nel futuro, mediante l’immaginazione automatica di situazioni diverse dalla realtà …
Ancora, la coscienza si può congelare in una credenza: idee politiche, scientifiche, religiose, psicologiche etc. possono influenzare pesantemente uomini e popoli, alterandone la capacità di esprimere il loro pieno potenziale.

Logosintesi è il mezzo per riportare tutto al tempo ed al luogo giusti, ovvero in allineamento con l’Essenza. ...

Per capire che cos'è la logosintesi partiamo dalla prima affermazione:
Recupero tutta la mia energia legata a questo ricordo, e la riporto nel posto giusto in me stesso/a”.
Un individuo che pronunci questa frase dopo aver focalizzato un ricordo doloroso, molto probabilmente farà un’esperienza memorabile.

Le caratteristiche sensoriali della scena tenderanno a mutare, facendosi sempre meno definite. Le reazioni corporee ed emotive al ricordo, quali tensione, rabbia, paura, dolore saranno sempre meno evidenti, ed in taluni casi scompariranno come neve al sole. Magia?
Per qualcuno potrebbe sembrarlo, invece trattasi di logos syn thesis ovvero riunire mediante le parole: si richiama quel frammento del sé che si era “staccato” al momento dell’evento doloroso e che era rimasto letteralmente congelato nello spazio e nel tempo, dando luogo ad una sorta di enclave energetica.

Nel 2005 il Dr. Willem Lammers, psicoterapeuta con esperienza clinica ultratrentennale, ha fatto una serie di scoperte che l’hanno condotto ad ideare un nuovo modello di auto-aiuto e di cambiamento guidato:
Logosintesi.
Il metodo della Logosintesi
Le radici di questo metodo affondano nelle viscere della storia umana, in tempi nei quali lo sciamano era considerato il punto di riferimento del villaggio per le sue capacità di interagire con il mondo del sovrasensibile. Tra le varie culture sciamaniche troviamo un’idea comune a varie latitudini: un evento traumatico crea un “frammento d’anima”, una scheggia di coscienza che si separa e si isola dal tutto per gestire l’evento e le sue conseguenze. Uno dei ruoli dello sciamano è quindi quello di aiutare il sofferente, mediante specifici rituali, nel recupero di quel frammento così che la sua consapevolezza possa tornare (un po’ più) intera. Inoltre, spetta sempre all’uomo di medicina la cacciata degli spiriti maligni (leggi: energia estranea) dalla coscienza dell’individuo.

“Allontano tutta l’energia estranea collegata a questo ricordo, da tutte le mie cellule, dal mio corpo e dal mio spazio personale, e la rimando nel luogo e nel tempo a cui realmente appartiene”.

Gli elementi percettivi dell’esperienza dolorosa, che il soggetto ha inconsciamente trattenuto, vengono finalmente rilasciati in seguito all’enunciazione di questa frase. L’energia di persone, luoghi, idee, credenze viene restituita in flusso al legittimo “proprietario”, favorendo un sostanziale riequilibrio ed una ulteriore presa di coscienza. La frase di allontanamento costituisce il punto due del processo di Logosintesi, ed è spesso risolutiva senza essere vanamente consolatoria.

Diversamente da approcci che cercano di compensare un vissuto doloroso mediante la reinterpretazione cognitiva, Logosintesi prevede il ripristino della coscienza (energia) allo stato fluido, ovvero alla possibilità di rispondere alla vita nei modi più efficaci. Nessun giudizio, nessuna comparazione: dato l’evento X rimasto cristallizzato nell’orizzonte spazio-temporale, si utilizza il potere della parola per recuperare il frammento del sé che si è staccato dalla coscienza (dissociazione), e per allontanare ciò che non appartiene ed è rimasto come un ologramma nello spazio personale (introiezione).

A partire dall’accadimento di X e della sua cristallizzazione, l’individuo inizia a reagire ad esso mediante emozioni, sintomi fisici e azioni, che possono coagularsi in schemi cognitivi e comportamentali. Talvolta queste reazioni vanno avanti per anni (si pensi al disturbo post traumatico da stress) e continueranno a farlo fino a quando nella rappresentazione dell’evento non sia stato ripristinato il flusso.
Ecco allora la terza frase di Logosintesi:

“Recupero tutta la mia energia legata a tutte le mie reazioni a questo ricordo, e la riporto al posto giusto in me stesso/a”.
Dopo l’enunciazione di queste parole il soggetto, che già aveva trovato sollievo dalla vaporizzazione dell’evento, può smettere di reagire ad esso (anche se lo faceva da mesi o anni) realizzando una verità facile da afferrare cognitivamente solo se la parte più arcaica del cervello è liberata. L’evento appartiene al passato, tuttavia la sua traccia (che è stata bonificata grazie alle prime due frasi) veniva reiterata continuando così a generare reazioni inutili e spesso dannose. L’individuo ha così elaborato qualcosa fino ad allora indigesto, ha smesso di reagire in modo meccanico ad un evento del passato ed ha a disposizione il suo potenziale di consapevolezza (che varia da persona a persona) per poter vivere il presente.

I quattro principi della Logosintesi
La Logosintesi è strutturata su quattro principi fondamentali che illustrano l’origine della sofferenza umana, il modo con il quale si perpetua ed una via per uscirne.
1. La sofferenza deriva da una perdita di contatto con l’Essenza, la natura spirituale dell’essere umano.
2. Introiezioni e parti dissociate creano e mantengono questo stato di disconnessione.
3. Introiezioni e parti dissociate sono ologrammi congelati presenti nello spazio di percezione.
4. Il potere della parola permette di dissolvere questi ologrammi, riportando l’energia in flusso.

La possibilità di manifestare la coscienza è il tratto peculiare dell’essere umano. Possiamo definirla come la capacità di comprendere ciò che accade, oltre che ad influenzarlo. La coscienza varia in base all’età, alle esperienze pregresse, alle caratteristiche genetiche ed alle memorie genealogiche, alle attitudini e alle abitudini cognitive e comportamentali. Inoltre, la consapevolezza cambia anche in base ai periodi, alle fasi della vita, alle situazioni contingenti ed a chissà quanti altri possibili fattori di influenza. La tendenza è quella di una evoluzione della coscienza partendo dalla nascita (o dal concepimento?) fino all’età adulta. Ciò che può turbare un bambino è spesso fonte di ilarità per un adulto.

lunedì 26 settembre 2016

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE
Quando il corpo muore anche la personalità muore, e resta solo l’essenza interiore che ci ricongiunge con il mondo immateriale della Totalità e delle emozioni.
Focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti concreti dell’esistenza ha un prezzo da pagare, incatena alla sofferenza quando arriva il momento del trapasso.

La cultura materialista ha inibito la percezione di tutto ciò che non si può toccare (e monetizzare) e ci conduce a sperimentare il dolore quando la concretezza incontra il proprio limite.
Nel momento della morte il corpo perde la vitalità cedendo il posto ai legami affettivi, che acquisiscono una maggiore pregnanza.
La materialità non funziona più ed è soppiantata dalla molteplicità impalpabile della vita interiore.

Una realtà che non si può toccare ci svela la sua presenza, grazie agli effetti che si producono nel mondo interno.
L’amore, il dolore, la paura, la malinconia, la tenerezza, non possiedono fisicità, ma chi li vive è certo della loro esistenza perché ne constata gli effetti in se stesso.
Quando il corpo muore, la vita interiore rimane viva e vibrante, a dispetto della pretesa materialista di padroneggiare ogni cosa con i sensi fisici.

Le verità immateriali sono invisibili, ma non per questo inesistenti, anzi, sono l’unica realtà che sopravvive alla morte, perché nel trapasso si rinforzano e crescono, aiutandoci a sopportare la perdita delle persone care.
In quei momenti, nel mondo interiore si apre la strada per una comunicazione profonda, che esiste ed evolve anche quando la fisicità non c’è più.
Vediamo come.

Con la morte del corpo tutto ciò che concerne la fisicità si trasforma e deperisce, e la personalità, che è strettamente legata al corpo, scompare.
La personalità è il modo in cui facciamo fronte agli eventi, l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti che usiamo più di frequente e che spesso ci portano ad affermare con sicurezza:

“Io sono fatto così!”.
In verità, nessuno è fatto così.
Abbiamo tutti un insieme potenzialmente infinito di possibilità espressive, anche se da questa gamma finiamo per selezionare poche opzioni che utilizziamo un po’ per tutto, come dei vestiti comodi.

La personalità è la fisionomia che scegliamo di dare alla nostra esperienza terrena e, proprio come un abito, spinge agli altri a riconoscerci e identificarci.
Quando il corpo non c’è più anche la personalità si trasforma, e le difficoltà che incontriamo nel ritrovare chi non ha più una forma fisica, dipendono soprattutto da questa mancanza.

Ci aspettiamo di riconoscere le parole, i gesti, i modi di fare che hanno caratterizzato le persone che abbiamo amato, e se arrivano informazioni diverse dalle nostre aspettative, lo scetticismo la fa da padrone cestinando ogni esperienza come fosse frutto della fantasia.
È difficile accettare che adesso la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato, il cane… non sono più come li abbiamo conosciuti.
La delusione che deriva da questa constatazione, per molti è insopportabile.

Vorremmo ritrovare i nostri cari così come li abbiamo sempre percepiti, e rifiutiamo l’idea di un’evoluzione dopo la morte.
Eppure, la vita continua anche senza la presenza del corpo, il percorso di crescita prosegue nelle dimensioni più rarefatte dell’esistenza e le creature che abbiamo amato cambiano e procedono nella loro evoluzione affettiva e multidimensionale.
I nostri cari tornano sempre a raccontarci la vita dopo il trapasso, ma per la mente è difficile incasellare quelle informazioni così diverse dalle attese che abbiamo.

Occorrono umiltà, fiducia e devozione, per mantenere salda la certezza che la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato o il cane, non ci hanno abbandonato e verranno a dirci come e dove sono adesso.
È grazie all’umiltà, alla fiducia e alla devozione che è possibile superare gli ostacoli di un pensiero abituato a distinguere solo la concretezza.

Davanti all’infinita continuità dell’amore, la mente si ribella, i ricordi incalzano e il dolore dilaga impedendo l’ascolto di una presenza fatta di sentimenti e di unione, senza corporeità.
Per superare l’enigma e il dramma della morte, la ragione deve cedere il posto al sentire e fidarsi di una sicurezza tutta interiore.

Come agiscono le medicine

Come agiscono le medicine
"Frustate un cavallo stanco ed egli lavorerà di più, ma crollerà prima."

Ogni volta che nell'organismo vivente si verifica un qualsiasi fenomeno dovuto a fattori estranei, si genera uno stato di attività tipica degli esseri viventi, in contrasto con l'inerzia, che è la caratteristica principale della morte.

Qui si cela il grande inganno dei farmaci venduti come salvavita.
Ad esempio si pensa che purganti o lassativi aiutino l'azione dell'intestino o del fegato, non è così. Agiscono al contrario come irritanti, la reazione chimica dei sali (o di qualsiasi altro farmaco) con uno dei liquidi o dei tessuti del corpo, li distrugge, indebolendo la loro struttura e la loro funzione. Irritano in proporzione diretta alla loro distruttività...

Così l'intestino agisce per eliminarli, non fa altro che svolgere la sua naturale funzione, per autoconservazione, cercando di eliminare la dose di sali nel corpo. L'azione dell'intestino è un azione vitale, viene svolta dalle forze vitali, non da sostanze introdotte dall'esterno (lassativi) che non fanno altro che indebolire progressivamente...

Tutte le cose morte come i farmaci sono completamente passive e l'unica proprietà che possiedono è l'inerzia, la tendenza cioè a rimanere ferme fino a che non vengono disturbate da qualcos'altro: è insomma la forza di non fare nulla.

Invece la forza vitale, quella usata e consumata in ogni azione vitale o medica, proviene dall'interno dell'organismo e non dall'esterno. È la forza vivente, non la medicina, che agisce.

La forza vitale è la causa dell'azione; il danno che minaccia l'organismo (farmaco e stimolante) è invece l'occasione per agire. Le materie viventi non tollerano la presenza delle materie morte. Le sostanze dannose vengono prontamente attaccate, neutralizzate ed eliminate in modo tale da produrre per l'organismo il minor danno possibile.

L'effetto secondario sull'organismo vivente di qualsiasi atto, abitudine, agente chimico, indulgenza ecc. è l'esatto contrario del primo effetto. Ad esempio l'eccitazione e l'indulgenza sessuale accrescono prima la forza vitale e la forza, poi si ha debolezza e sonnolenza.

Un anestetico aumenta quasi tutte le funzioni del corpo: ronzio nelle orecchie, bagliori luminosi negli occhi, aumento dei battiti cardiaci, deglutizione involontaria, aumento della secrezione salivare, respirazione accellerata, aumento dell'irritabilità riflessa. Questo periodo di eccitazione è seguito da un calo delle funzioni, fino a che cessa ogni movimento volontario.

Anche il tè, il caffè, il cioccolato, le spezie, la carne ecc. hanno come primo effetto aumento delle energie (stimolazione) e come effetto secondario, invariabile e durevole, l'indebolimento, proporzionato alla forza che sembrano dare.

Nessun organismo è in grado di utilizzare energia nelle azioni vitali senza che abbia, di conseguenza, bisogno di riposo per rigenerarsi..

Il riposo mentale e fisico può accompagnarsi a quello fisiologico che può essere assicurato in parte dall’interrompere momentaneamente l’alimentazione. Il cibo fa lavorare lo stomaco, l’intestino, il fegato, i polmoni, il cuore, le ghiandole ecc. e quando la quantità di cibo consumato viene ridotta, la quantità di lavoro che questi organi devono svolgere, diminuisce.

Frustate un cavallo stanco ed egli lavorerà di più, ma crollerà prima.

I medici illudono i pazienti mostrando solo i primi effetti temporanei dei farmaci e ignorano del tutto gli effetti secondari e durevoli. Una volta che capirete come funzionano i farmaci e gli altri stimolanti potrete capire il raggiro incredibile cui siete vittime, mentre credendo ciecamente a tabelle, formule e parole del quale non conoscete il significato, farete solo arricchire le industrie farmaceutiche e i medici che vi assistono.

Anche i tonici rafforzano per poi debilitare. I purganti producono stitichezza, I diuretici producono l'inattività dei reni, gli espettoranti portano all'aridità dei polmoni, e via dicendo. Se il consumatore costante di un farmaco smettesse di usarlo per pochi giorni si accorgerebbe degli effetti secondari.

La forza vitale non esce dal brandy per andare a finire nel paziente, ma viene consumata dal paziente per espellere il brandy.
Fonte: Il sistema igienistico di H. Shelton
Tratto da: Alimenti Vivi
http://altrarealta.blogspot.it/2016/09/come-agiscono-le-medicine.html

La triste guerra tra i sessi

LA TRISTE GUERRA TRA I SESSI
di Tiziano Terzani
"Una guerra a cui non ero abituato, essendo vissuto per più di 25 anni in Asia, era la guerra dei sessi, combattuta in una direzione soltanto: le donne contro gli uomini.

Seduto ai piedi di un grande albero a Central Park, le stavo a guardare. Le donne: sane, dure, sicure di sé, robotiche. Prima passavano sudate, a fare il loro jogging quotidiano in tenute attillatissime, provocanti, con i capelli a coda di cavallo; piu tardi passavano vestite in uniforme da ufficio - tailleur nero, scarpe nere, borsa nera con il computer -, i capelli ancora umidi di doccia, sciolti. Belle e gelide, anche fisicamente arroganti e sprezzanti.

Tutto quello che la mia generazione considerava "femminile" è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare tutte le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.

Folco, mio figlio, anche lui cresciuto in Asia, mi aveva raccontato che, pochi giorni dopo essere arrivato da studente alla New York University Film School, aveva cercato di aprire la porta di un'aula per lasciar passare una sua compagna e quella lo aveva freddato, dicendo: "Ehi, tu, credi che io non sia capace di aprire questo cazzo di porta da sola?" Avevo pensato che fosse un'eccezione. No. Era la regola. E più le donne svillupano muscoli e arroganza, piu gli uomini si fanno impauriti e titubanti. Se sono necessari per concepire un figlio, capita loro di essere convocati per la bisogna e rimandati a casa dopo l'uso.

Il risultato? una grande infelicità, mi sembrava, specie se quello che mi capitava di osservare in silenzio, da sotto l'albero o dalla mia finestra, era il secondo atto della stessa storia: tante donne sole, sui quaranta, cinquant'anni , molte con la sigaretta in bocca, a portare a spasso un cane che mi pareva avesse il nome di qualche loro uomo che non c'era più. "Bill, vieni qui da me", "No, Bill, non traversare la strada da solo", "Avanti, Bill, vieni, ora andiamo a casa." Erano le stesse donne che anni prima correvano per costruirsi dei bei corpi, ora comunque attempati; le stessa donne che avevano investito la loro gioventù nel preteso sogno di una libertà guerriera, finita ora in solitudine, piccoli tic, tante rughe e almeno per me che osservavo, in una pesante malinconia.

Mi venivano spesso in mente le donne indiane, ancora oggi così femminili, così diversamente sicure di sé, così più donne a 40, 50 anni che a 20. Non atletiche, ma naturalmente belle. Davvero, l'altra faccia della luna. E poi, le donne indiane, come le europee della generazione di mia madre, mai sole; sempre parte di un contesto familiare, parte di un gruppo, mai abbandonate a se stesse.

Dalla finestra assistevo spesso a un vero proprio trasloco: una ragazza che, da una qualche parte d'America, arrivava a New York con tutta la sua vita in una borsa. La immaginavo leggere gli annunci economici di un giornale, trovarsi una camera d'affitto, una palestra in cui fare aerobica e un impiego davanti allo schermo di un computer. La immaginavo, durante la pausa pranzo, andare in una salad bar a mangiare, in piedi, con una forchetta di plastica, verdure biologiche messe con delle pinze in una vaschetta e pagate a peso.
E la sera? Un corso di Kundalini Yoga che promette di risvegliare tutte le energie sessuali per quell'atto un tempo potenzialmente divino e ora ridotto, nel migliore dei casi, a una prestazione sportiva... a punteggio: John batte Bob quattro a due.

Alla fine anche quella ragazza, attratta come una falena dalle luci di N. York sarebbe finita nel grande falò di umanità che ricarica in continuazione questa particolarissima città.
Fra dieci, vent'anni potrà toccarle di essere una di quelle tristissime donne che osservavo, silenziose e impaurite, senza un amico o un familiare aspettare nelle poltroncine dell'MSKCC (ospedale oncologico famosissimo, n.d.r.) di essere operate o di avere il responso di un qualche preoccupante esame."
Da: "UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA" (ed. Longanesi, Milano 2004) pagg. 56-57

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venerdì 23 settembre 2016

Il miglior medico per te


Ogni professionista nell’espletamento della sua attività si deve attenere a numerose leggi e regole/protocolli che non sempre agevolano il lavoro. Mi piacerebbe sapere quanti veramente credano in essi, quanti si sentono lesi nelle proprie capacità e libertà anche se la maggioranza li segue pedissequamente senza porsi grandi domande.

Ma quali sono le domande da porsi riguardo alle leggi ed ai “protocolli” da applicare in ogni ambito professionale?
Eccone alcune(secondo me):
Semplificano l’attività svolta?
Consentono il rapido superamento delle usuali problematiche del settore?
Fanno lavorare bene e in serenità?

Chi ha cercato un cambiamento ed un miglioramento ponendosi in maniera critica nei confronti delle regole, inusuali, inefficaci ed imposte, sa bene che la risposta alle suddette è sempre no!

Cosa fare allora?
Con l’esperienza in un determinato settore ci si accorge che le norme di riferimento sono comunque un tantino interpretabili sia da chi le applica sia da chi deve farle rispettare e allora una diversa applicazione tesa al miglioramento dell’attività a chi/cosa può nuocere?

In realtà non nuocerebbe a nessuno, poiché il cliente ed il professionista ne gioverebbero senza ledere nessuno, tuttavia tutti gli altri, schiavi dormienti del sistema che vivono giudicando i propri simili, stanno lì pronti a colpire un comportamento che pur non lesivo segue un andamento inusuale per i parametri imposti.

Agire d’iniziativa con creatività per il bene comune spesso comporta l’espulsione dagli ordini professionali in quanto non più idonei a svolgere adeguatamente la propria attività, in realtà il sistema di regole su cui si basa ogni attività lavorativa espelle perché non si è più idonei ad obbedire ciecamente ed in totale asservimento, pertanto in questo "meccanismo" di lavoro schiavizzante l'individuo “attivo” che vorrebbe fare e farlo meglio viene schiacciato, eliminato.

Quindi quando ti rivolgi agli esperti(?) cosa accade in realtà?

Ti stai affidando ad una “macchina”, spesso inconsapevole, obbligata ad applicare delle norme e dei regolamenti che sono tutto fuorchè utili a fornire un reale miglioramento per il tuo problema in quanto che senza di esse, col buonsenso e con l’esperienza dell’esperto, si otterrebbero risultati molto più rapidi, molto più efficaci e molto più convenienti.

Il professionista che ha percepito come limitanti le condizioni in cui lavora utilizza un approccio pseudo o semi professionale d’azione e di primo acchito potrebbe sembrare uno sprovveduto, invece con il suo metodo bizzarro trova le soluzioni in maniera più rapida e brillante; tale capacità creativa la si nota nell’immediatezza anche nel rapporto “face to face”.

Ora pensando ai professionisti della salute non si deve fare l’errore di pensare che un medico non sia sottoposto alle stesse limitanti ed abberranti regole che purtroppo gli impediscono di aiutare al meglio il cliente(paziente); il medico forse è il più prigioniero di tali assurde procedure che ostacolano il suo agire in favore del malato.

Tenuto conto di ciò a quale tipo di medico vi piacerebbe rivolgervi per qualsiasi vostro problema di salute?

Al professionista impeccabile e scrupoloso o al “dottorino” molto più alla mano ed affatto incosciente come potrebbe sembrare a prima occhiata? 

Diciamo che non ci sarebbe altro da aggiungere... mi sento solo di far presente a chi vive ancora nel mondo delle favole che gli esperti di salute non sono quelli riconosciuti dal sistema, ma quelli che il sistema denigra, rigetta, attacca, espelle ed i motivi sono svariati, non limitati quindi a mere questioni di lucro.

Il miglior medico per te dovrebbe essere quello che ti allontana dalla paura della tua malattia, quello che ti tramanda delle nozioni che puoi trasformare in conoscenza attraverso la tua personale esperienza, quello che ti fa vedere il contrario di quello che ti è stato inculcato senza farti capire nulla dal pressante sistema di credenze in cui vivi.

lunedì 19 settembre 2016

L'educazione proibita

Un’idea diversa di educazione
Un documentario nato da una lettura critica dell’istruzione sta facendo il giro del mondo, non solo tra educatori e insegnanti. “La educación prohibida” ragiona intorno all’idea di apprendimento attivo, comunitario, creativo, legato all’ambiente naturale

Un film documentario nato come progetto “para aprender, compartir y accionar colectivamente”, partendo da una lettura critica dell’istruzione tradizionale che continua in tutto il mondo a non considerare la natura vera dell’apprendimento, la libertà di scelta o l’importanza delle relazioni nello sviluppo individuale e collettivo. “La educación prohibida”, documentario diffuso con licenza Creative Commons, è prima di tutto un modo per ragionare intorno all’idea di apprendimento attivo, comunitario, creativo, inclusivo, transdiciplinare, legato all’ambiente naturale. Da diversi mesi questo video rimbalza tra insegnanti ed educatori di tutto il mondo, fa discutere, pensare, sperimentare.

Il film è nato grazie alla rete di educazione alternativa Reevo (attraverso una co-produzione dal basso) per documentare, promuovere e diffondere le migliaia di esperienze trasformatrici dell’educazione.
Una rete virtuale e reale di persone impegnate in azioni di documentazione, incontri, formazione e scambi a cominciare dai paesi latinoamericani. Il documentario raccoglie più di novanta interviste a educatori, insegnanti, ricercatori, artisti, genitori e scrittori sul tema dell’educazione.

Sono passati diversi mesi dal suo lancio, “La educación prohibida” oggi è davvero più di film, è una rete di relazione, un fenomeno a suo modo unico, un progetto indipendente senza precedenti per il numero di persone che sta coinvolgendo, direttamente e indirettamente, e per la capacità di mostrare finalmente l’emersione di nuove forme di apprendimento, di modi diversi di trasformare la società.

La pagina facebook del progetto, ricca di articoli e link e in costante aggiornamento, è questa.
Ecco il documentario completo (sottotitoli in italiano).


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SCUOLA? … NO GRAZIE!

SCUOLA? … NO GRAZIE!
La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.
Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.
Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.
La scuola afferma il valore della produttività.
Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.
In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!
Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.
L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.
A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.
Anche quando gli insegnanti non rispettano te.
Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.
Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.
Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.
Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!
E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.
Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.
Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.
La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.
Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.
Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.
L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.
A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.
Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

Pensiero creativo: la capacità di trasformare i problemi in opportunità

PENSIERO CREATIVO: LA CAPACITÀ DI TRASFORMARE I PROBLEMI IN OPPORTUNITÀ
La creatività non è una prerogativa di pochi eletti, ma si nasconde dentro ognuno di noi e spesso la utilizziamo senza rendercene conto. Come fare per sfruttare le potenzialità del pensiero creativo nella vita quotidiana?
Siamo talmente presi con il lavoro e la nostra vita che non ci siamo mai fermati a pensare a cosa accade nella nostra mente quando ci troviamo di fronte ad un problema da risolvere. Siamo conviti, a causa di stereotipi, che la creatività sia un patrimonio che possiedono solo i bambini e gli artisti.
In realtà, il pensiero creativo si trova celato dentro qualunque individuo e viene utilizzato inconsciamente dalla nostra mente nelle situazioni difficili. La creatività ci aiuta a sviluppare il cosiddetto problem solving, ovvero la capacità di trasformare un’esperienza difficile e problematica in un processo di crescita costruttiva personale.

CREATIVITA’ COME INNOVAZIONE PERSONALE: COME TRASFORMARE UN PROBLEMA IN OPPORTUNITA’ GRAZIE AL PENSIERO CREATIVO

Superare dei momenti difficili, apparentemente impossibili da risolvere, implica uno sforzo da parte nostra di ricercare soluzioni alternative ed originali. In questo caso si mette in moto il pensiero creativo che, attraverso un processo mentale, aiuta ad affinare le abilità di un individuo nel trasformare i punti deboli in punti di forza.
Dal momento in cui questo processo si “accende”, la persona è in grado di affrontare qualsiasi situazione con uno spirito diverso, con un nuovo approccio e con una forza interiore che prima non sapeva di avere.

Una mente creativa mette in atto un pensiero che si distacca totalmente da quello tradizionale e logico: il pensiero creativo è in grado di intraprendere strade alternative, toccando idee, pensieri, percezioni e concetti anticonformisti, differenti da quelli più comuni.

La creatività ci permette di raggiungere i nostri obiettivi intraprendendo percorsi meno conosciuti, ma decisamente più efficaci.
Per aiutarci a sviluppare al meglio il pensiero creativo e alleare la mente al problem solving è necessario liberare il pensiero dalla logica tradizionale e dagli stereotipi che la società ha imposto nell’immaginario collettivo.

E’ opportuno che la nostra mente sia in grado di pensare liberamente senza essere influenzata dall’esterno: per riuscire a trovare soluzioni alternative il nostro pensiero deve essere aperto ad ogni prospettiva possibile, anche quelle più estrose e bizzarre.

Quando ci troviamo di fronte ad un problema proviamo ad affrontarlo con un atteggiamento creativo: proviamo per esempio a capovolgere la situazione per vederla da un punto di vista differente, cercando una possibile soluzione, anche la più assurda, senza dare nulla per scontato. Inoltre, è importantissimo cercare di non vedere il problema come uno sbaglio o un fallimento personale, ma come un’esperienza positiva e il punto di partenza per una nuova e fantastica opportunità creativa.

domenica 18 settembre 2016

Non ha molto senso in natura il parto doloroso. Il parto dovrebbe essere quantomeno piacevole.

Non ha molto senso in natura il parto doloroso. Il parto dovrebbe essere quantomeno piacevole.
Per quanto non riusciamo a capacitarci non manca giorno in cui non ci accorgiamo della menzogna che ci circonda in cui siamo totalmente immersi e che ci condiziona continuamente l’esistenza; parlando di parto una volta compresi i meccanismi della natura viene spontaneo chiedersi che senso hanno i forti dolori del parto?

Pochi se non addirittura nessuno! La natura incentiva le azioni che sono utili all’esistenza (bio-logiche) e dissuade da quelle dannose, per fare questo utilizza le percezioni dell’essere vivente con le quali lo conduce verso il naturalmente giusto e lo tiene a distanza da quello che sostanzialmente è contrario alla vita stessa.

La cosa più importante per Madre Natura è la Vita, mantenere in vita l’essere vivente è il primo e fondamentale scopo della Coscienza che in tal modo ha la possibilità di continuare l’esperienza in questa dimensione, subito dopo in ordine di importanza c’è la prosecuzione della vita che può essere attuata attraverso la procreazione in tutte le sue fasi(atto sessuale, concepimento, gravidanza e parto), è facile intuire che in natura tutto ciò che è bio-logico e necessario venga donato/vissuto con piacere e amore, anche se come si può ampiamente sperimentare oggi l’uomo a causa delle imposte ed innumerevoli sovrastrutture mentali ha trasformato la percezione di queste essenziali fasi trasformandole in qualcosa di faticoso, sofferto a volte addirittura doloroso; basti pensare che la vita oggi per i più è un peso che ci fa “trascinare” fino alla sua conclusione, condizione che chiaramente non fa che generare malattia, il parto è assolutamente doloroso e molte donne vogliono evitarlo, persino l’atto sessuale oggi costituisce sempre più un problema per via di molti tabù e convinzioni che si installano nella mente degli uomini tanto da alterarne la percezione da sublime ad appena piacevole se non peggio.
La natura ha ideato il parto affinchè esso fosse quantomeno piacevole.

L’amplesso sessuale, il concepimento e la successiva nascita di un nuovo essere vivente sono necessari alla natura e agli esseri viventi per perpetrare se stessi e pertanto devono essere appetibili, cioè piacevoli, se non addirittura sublimi, il contrario striderebbe enormemente con le regole della natura, infatti se non fossero tali atti accompagnati da un percezione positiva/piacevole non sarebbero incentivati e qualora addirittura fossero il contrario, quindi spiacevoli/dolorosi si andrebbe incontro all’estinzione.

E’ comunque opportuno rappresentare che nonostante ciò comunque il parto debba essere comunque abbastanza difficoltoso da portare a compimento, che richieda un notevole sforzo e anche certa forza di volontà, questo “limite” eviterebbe gli eccessi di nascite in maniera naturale.
E’ importante anche tener conto della funzione di unione – riunione del dolore;  i dolori devono essere visti anche in tal senso, essi infatti legano madre e figlio con un rapporto psico-spirituale quasi inscindibile, tuttavia una madre altamente evoluta e consapevole tale rapporto lo instaura immediatamente col bambino all’atto stesso del concepimento, quindi la fase di dolore del parto sarà del tutto assente. Quindi riassumendo la donna moderna plagiata com'è dal suo subconscio già alla nascita, fortemente condizionata dalla società, disconnessa dal suo vero sé è quasi sempre soggetta ai dolori del parto che hanno lo scopo di ricondurla al suo vero sé interiore ed ad un idilliaco legame col suo bambino cosa che invece non dovrebbe accadere alla donna-madre evoluta.

Nonostante ciò sia ben comprensibile alla maggior parte delle persone risulta difficile credere che l’evento naturale della nascita di un bambino sia stato previsto da madre natura come fonte di sensazioni fantastiche prive di profonda sofferenza.

Dimentichiamo sempre che pur essendo esseri divini di fatto però la maggior parte degli individui del pianeta è stata sottoposta ad un processo di personalizzazione egoica e programmazione alla paura sin da prima della nascita, caratteristiche che oramai sono innate negli esseri umani.

Come hanno fatto a suggestionarci fino a questo punto? Quant’è vecchia quest’opera di manipolazione?
Riguardo alla fattispecie specifica del parto questa programmazione che influisce sulla percezione e quindi sul vissuto dell’evento è da far risalire ai tempi(inventati) di Adamo ed Eva quando cacciati dal paradiso terrestre Eva fu condannata a partorire nel dolore e quindi non più nella gioia, poi le religioni e le culture hanno fatto il resto.

Questo può far capire il profondo livello di manipolazione percettiva a cui siamo sottoposti e che tale stato percettivo si tramanda di generazione in generazione da millenni e fa parte del nostro subconscio collettivo e quindi anche del singolo.

Riuscire a staccarsi dalla matrice di falsità in cui viviamo ci consentirà di vedere tutto con nuovi occhi ed a iniziare a vivere la nostra vera vita fatta di gioia non di dolori, contrasti, odio, prevaricazioni,inganni ecc.

Tornando alla questione del parto, l’evento più importante per il genere umano è palese come la sua percezione falsata sia frutto di una suggestione che dura da tempi immemorabili e che quindi non è affatto facile trascenderla, nonostante ciò di tanto in tanto la natura fa capolino facendo godere delle gioie del parto ad alcune donne, ma come avrete capito non si tratta di una semplice casualità bensì della normalità dell’essere donna, negata dai nostri veri e malvagi “padroni”.

Tenuto conto della funzionalità del parto per la continuazione della specie, delle regole di Madre Natura ed abbandonati lentamente i cliché culturali e religiosi ci si può finalmente avvicinare all’evento con un nuovo approccio, con fervida e gioiosa aspettativa, facendo cadere quelle tremende ed assurde tensioni che non consentono di godere dell’evento più bello in assoluto per una donna e per l’intera umanità.

Non si tratta di imparare una tecnica per stare meglio, anche se chiaramente sarebbe utile, ma di abbandonare ogni paura, tensione, credenza, diceria, ed entrare in strettissimo contatto col proprio bambino e col proprio essere madre che dona una gioia ed un piacere indescrivibile a parole.
Marcello Salas


Ispirato dal seguente articolo:

Parto orgasmico: mito o realtà?

. E’ certo che chiunque pensi al momento della nascita, non può che immaginare urla strazianti e donne sofferenti, complici la televisione e i film. Ma è davvero inevitabile passare le pene dell’inferno per dare alla luce o esistono esperienze differenti che possano sminuire la paura del dolore che si diffonde nel genere femminile all’idea di partorire?

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